Intervento di Claudio Grassi in Direzione Nazionale del 4 giugno 2007
di Claudio Grassi
su redazione del 05/06/2007
Intervento di Claudio Grassi, coordinatore nazionale area Essere Comunisti alla Direzione nazionale del 4 giugno 2007...
note: http://www.esserecomunisti.it/
Intervento di Claudio Grassi in Direzione Nazionale del 4 giugno 2007
di Claudio Grassi
su redazione del 05/06/2007
Intervento di Claudio Grassi, coordinatore nazionale area Essere Comunisti alla Direzione nazionale del 4 giugno 2007
Concordo sulla valutazione fatta da Giordano nella relazione, secondo
la quale il risultato delle elezioni amministrative ha come tratto
prevalente un segno politico di insoddisfazione nei confronti
dell’azione del governo che colpisce prevalentemente noi e il nascente
Partito Democratico. Ai tempi dell’approvazione della legge Finanziaria
il presidente del Consiglio disse: «Siccome le cose che facciamo non
piacciono a nessuno, siamo sulla buona strada». I risultati elettorali
dimostrano quanto sia stata sciagurata questa modalità di intendere la
direzione del governo e il rapporto con il proprio elettorato. Ci sono
diversi fattori che concorrono a questa insoddisfazione: da un lato c’è
una linea di tendenza ben precisa, sulle grandi scelte di politica
economica e sociale, portata avanti da Padoa-Schioppa che si fa garante
dei poteri forti nazionali ed europei; dall’altro c’è una incapacità di
gestione degli atti del governo. Valga per tutti il fatto che il
contratto del pubblico impiego è stato firmato il giorno dopo le
elezioni!
Trattandosi di elezioni amministrative, ovviamente
vanno tenuti in considerazione elementi di carattere locale. In
particolare il proliferare di liste civiche può aver modificato, nelle
situazioni dove sono state presentate, il dato elettorale dei partiti,
ma non c’è dubbio che, complessivamente, si è trattato di un voto con
un forte significato politico.
Per il Prc, che ottiene un
risultato molto negativo, deve suonare un forte allarme. Vi era già
stato l’anticipo alle elezioni siciliane, la settimana precedente,
anch’esse con risultati negativi. Si pensi soltanto alla città di
Palermo dove abbiamo perso un terzo dei voti, nonostante nella nostra
lista siano stati inseriti esponenti di “Primavera Siciliana” che alle
precedenti elezioni si erano presentati con una propria lista.
Il
malessere del popolo dell’Unione si è sostanziato in un aumento
significativo dell’astensione: rispetto al 2002 è aumentata del 4% alle
Comunali e del 7% alle Provinciali.
Nel centro sinistra, assieme al
nascente Partito Democratico, il Prc è il più penalizzato. Ma se il
Partito Democratico subisce uno scacco in una fase di transizione e con
una scissione in corso, per noi tutto questo non c’è e ciò rende ancor
più seria la nostra sconfitta.
Alle Provinciali passiamo dal 6,1% al
4,1%. Da 110 mila voti a 58 mila voti. Perdiamo 52 mila voti in termini
assoluti e il 2% in termini percentuali. Nei 21 Comuni capoluogo dove è
possibile un confronto, passiamo da 63 mila a 40 mila voti e perdiamo
l’1% che aumenta significativamente in tutto il Nord. Un altro dato
interessante è che le precedenti amministrative del 2002 andarono molto
meglio di queste. Ottenemmo infatti un avanzamento rispetto alle
precedenti politiche del 2001. Quindi, senza voler arrivare a nessuna
conclusione politica, mi limito ad osservare che: alle amministrative
del 2002, dopo un anno di governo Berlusconi aumentiamo il nostro
consenso, alle amministrative del 2007, dopo un anno di governo Prodi,
ne perdiamo una parte significativa.
Mi sembra che queste riflessioni mettano in evidenza una forte contraddizione, insieme ai nostri errori politici.
La
contraddizione è oggettiva ed è di difficile soluzione. Quando governa
la destra, noi facciamo una buona opposizione, questo ci viene
generalmente riconosciuto, crea consenso, ci pone in forte sintonia con
il nostro popolo; contemporaneamente ci viene richiesta unità per
sconfiggere la destra e anche questa, quando la pratichiamo
correttamente, produce consenso. Si tratta del felice binomio autonomia
– unità che ci ha sempre premiato. Ma subito dopo, quando
dall'opposizione si passa al Governo – come avvenne nel 1997 e come sta
avvenendo in forma ancor più grave oggi – subentrano immediatamente le
difficoltà le cui cause risiedono nella distanza tra i progetti e le
proposte concrete della sinistra moderata e quelle della sinistra di
alternativa. Problemi che fino a quando si sta all’opposizione non
emergono, ma che nel momento in cui ci si cimenta con il governo
diventano dirompenti. Ciò produce, nell'azione di Governo, elementi
percepiti come negativi dalla nostra gente: litigiosità, incapacità di
decidere e di scegliere, compromessi che alla fine non risultano
soddisfacenti per nessuno. Ed ecco che subentra nel popolo di sinistra
la delusione, che si trasforma in passivizzazione e astensionismo e che
colpisce prima di tutto noi, la forza politica su cui si ripongono
maggiori aspettative di cambiamento.
L’aver sottovalutato gli
effetti determinati da queste situazioni contraddittorie, nella
concreta gestione del governo, è stato un grave errore da parte di
Rifondazione Comunista. Si è insistito sul fatto che sarebbe stato più
facile, rispetto agli anni Novanta, condizionare l’Ulivo dando per
scontata una sua maggiore permeabilità alle nostre istanze. Inoltre, si
è ritenuto che il supporto dei movimenti avrebbe sospinto la coalizione
a scelte più in sintonia con le proposte di Rifondazione Comunista.
Queste due previsioni, su cui si è costruita la nuova linea politica di
Rifondazione Comunista, si sono rivelate, purtroppo, sbagliate: l’Ulivo
ha virato a destra costruendo il Partito Democratico e i movimenti,
almeno in Italia, sono divisi e in una fase di difficoltà.
Cosa
bisognava fare allora? A mio parere bisognava fare ciò che il Partito
sta facendo adesso, ma con grave ritardo e in una fase in cui siamo
costretti a risalire la china. Si trattava, appunto, di costruire una
unità di azione, a partire da alcuni punti programmatici, con tutta la
sinistra di alternativa - politica, sociale e di movimento – per
condizionare il confronto nell’Unione e per non isolare Rifondazione
qualora si trovasse in contrasto con alcune scelte dell'esecutivo.
Inoltre,
in questo primo anno di governo bisognava essere meno silenti, più
determinati nelle critiche ad alcuni provvedimenti, soprattutto su
questioni economiche e sociali come la legge Finanziaria e la lotta
alla precarietà. Occorreva essere più cauti nel dare giudizi positivi,
per esempio su presunti impegni di Prodi su tesoretto e pensioni, che
poi sono stati sistematicamente disattesi e quindi si sono ritorti
contro di noi. Anche sulla politica estera di D’Alema: si possono
benissimo apprezzare alcune scelte positive, che pure sono state fatte;
altra cosa è dare giudizi positivi sul complesso della politica estera,
vista la gravità della scelta di Vicenza e dell’adesione del governo
italiano allo scudo stellare.
Ritengo quindi che il nostro
risultato elettorale negativo sia imputabile a questo insieme di
problemi. Inoltre non credo abbia aiutato a raccogliere consensi sulle
nostre liste la notizia che, a pochi giorni dal voto, importanti
dirigenti di Rifondazione hanno deciso di dare vita a una rivista che
non contiene alcun riferimento al comunismo. Ed anche questo continuo
alludere ad un superamento di Rifondazione Comunista nelle pagine di
Liberazione e di altri giornali, da parte di alcuni autorevoli
dirigenti, ha contribuito ad alimentare tra tanti compagni un senso di
disagio, di precarietà e di frustrazione, condizione non delle migliori
per affrontare con entusiasmo la campagna elettorale.
Infine, un
altro dato significativo di queste elezioni su cui riflettere, è il
fatto che dove si è pensato di risolvere le difficoltà della sinistra
di alternativa costruendo liste comuni, ciò si è dimostrato
particolarmente inefficace. Queste liste, composte in genere da Prc,
Pdci, Verdi, Sinistra Ds non ottengono mai la somma del consenso
elettorale dei partiti che si uniscono; in alcuni casi, clamorosamente,
non hanno raggiunto nemmeno i risultati della sola Rifondazione
Comunista.
Anche questo, che per la verità non è un elemento
nuovo, deve indurci ad affrontare in modo corretto il processo unitario
della sinistra di alternativa. Unità che dobbiamo assolutamente
perseguire, se ne sente fortemente il bisogno, e la nostra gente la
richiede anche perché rappresenta la speranza principale affinché
questo governo non cada rovinosamente. Ma l’unità non può essere
costruita in laboratorio, e soprattutto non può significare la reductio
ad unum, né organizzativamente né elettoralmente.
Per questo ritengo
che la strada giusta sia quella imboccata alla conferenza
d'organizzazione che il partito ha tenuto a Carrara, in particolare
ritengo utile il documento politico che lì abbiamo approvato e al quale
è necessario dare continuità: rafforzamento e rilancio di Rifondazione
Comunista e, insieme, stretto coordinamento politico-programmatico
delle forze della Sinistra di alternativa.
Dobbiamo quindi puntare
ad una forte offensiva sui temi sociali – appunto il risarcimento
sociale – chiedendo che il “tesoretto” vada in questa direzione e che
la riforma delle pensioni, rispettando quanto scritto nel programma
dell’Unione, non si trasformi in un ennesimo attacco al sistema
previdenziale pubblico.
Su questi temi va prioritariamente
costruita l’unità d’azione nel Parlamento e nel Paese con le altre
forze della Sinistra di alternativa. Per riuscire a fare bene tutto
questo, e per cercare di superare le difficoltà che questo voto ci
consegna, è indispensabile - anche su questo dobbiamo seguire la
modalità decisa a Carrara - lavorare per un Partito che, nonostante le
sue differenze, sappia costruire una propria unità.
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