Circolo Gramsci Cagliari

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Costruire lUnita, Rilanciare Rifondazione. PDF Stampa E-mail
Scritto da Matteo Quarantiello   
Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Intervento di Claudio Grassi in Direzione Nazionale del 4 giugno 2007

di Claudio Grassi

su redazione del 05/06/2007

Intervento di Claudio Grassi, coordinatore nazionale area Essere Comunisti alla Direzione nazionale del 4 giugno 2007...

note: http://www.esserecomunisti.it/ Intervento di Claudio Grassi in Direzione Nazionale del 4 giugno 2007

di Claudio Grassi

su redazione del 05/06/2007

Intervento di Claudio Grassi, coordinatore nazionale area Essere Comunisti alla Direzione nazionale del 4 giugno 2007

Concordo sulla valutazione fatta da Giordano nella relazione, secondo la quale il risultato delle elezioni amministrative ha come tratto prevalente un segno politico di insoddisfazione nei confronti dell’azione del governo che colpisce prevalentemente noi e il nascente Partito Democratico. Ai tempi dell’approvazione della legge Finanziaria il presidente del Consiglio disse: «Siccome le cose che facciamo non piacciono a nessuno, siamo sulla buona strada». I risultati elettorali dimostrano quanto sia stata sciagurata questa modalità di intendere la direzione del governo e il rapporto con il proprio elettorato. Ci sono diversi fattori che concorrono a questa insoddisfazione: da un lato c’è una linea di tendenza ben precisa, sulle grandi scelte di politica economica e sociale, portata avanti da Padoa-Schioppa che si fa garante dei poteri forti nazionali ed europei; dall’altro c’è una incapacità di gestione degli atti del governo. Valga per tutti il fatto che il contratto del pubblico impiego è stato firmato il giorno dopo le elezioni!

Trattandosi di elezioni amministrative, ovviamente vanno tenuti in considerazione elementi di carattere locale. In particolare il proliferare di liste civiche può aver modificato, nelle situazioni dove sono state presentate, il dato elettorale dei partiti, ma non c’è dubbio che, complessivamente, si è trattato di un voto con un forte significato politico.
Per il Prc, che ottiene un risultato molto negativo, deve suonare un forte allarme. Vi era già stato l’anticipo alle elezioni siciliane, la settimana precedente, anch’esse con risultati negativi. Si pensi soltanto alla città di Palermo dove abbiamo perso un terzo dei voti, nonostante nella nostra lista siano stati inseriti esponenti di “Primavera Siciliana” che alle precedenti elezioni si erano presentati con una propria lista.

Il malessere del popolo dell’Unione si è sostanziato in un aumento significativo dell’astensione: rispetto al 2002 è aumentata del 4% alle Comunali e del 7% alle Provinciali.
Nel centro sinistra, assieme al nascente Partito Democratico, il Prc è il più penalizzato. Ma se il Partito Democratico subisce uno scacco in una fase di transizione e con una scissione in corso, per noi tutto questo non c’è e ciò rende ancor più seria la nostra sconfitta.
Alle Provinciali passiamo dal 6,1% al 4,1%. Da 110 mila voti a 58 mila voti. Perdiamo 52 mila voti in termini assoluti e il 2% in termini percentuali. Nei 21 Comuni capoluogo dove è possibile un confronto, passiamo da 63 mila a 40 mila voti e perdiamo l’1% che aumenta significativamente in tutto il Nord. Un altro dato interessante è che le precedenti amministrative del 2002 andarono molto meglio di queste. Ottenemmo infatti un avanzamento rispetto alle precedenti politiche del 2001. Quindi, senza voler arrivare a nessuna conclusione politica, mi limito ad osservare che: alle amministrative del 2002, dopo un anno di governo Berlusconi aumentiamo il nostro consenso, alle amministrative del 2007, dopo un anno di governo Prodi, ne perdiamo una parte significativa.
Mi sembra che queste riflessioni mettano in evidenza una forte contraddizione, insieme ai nostri errori politici.

La contraddizione è oggettiva ed è di difficile soluzione. Quando governa la destra, noi facciamo una buona opposizione, questo ci viene generalmente riconosciuto, crea consenso, ci pone in forte sintonia con il nostro popolo; contemporaneamente ci viene richiesta unità per sconfiggere la destra e anche questa, quando la pratichiamo correttamente, produce consenso. Si tratta del felice binomio autonomia – unità che ci ha sempre premiato. Ma subito dopo, quando dall'opposizione si passa al Governo – come avvenne nel 1997 e come sta avvenendo in forma ancor più grave oggi – subentrano immediatamente le difficoltà le cui cause risiedono nella distanza tra i progetti e le proposte concrete della sinistra moderata e quelle della sinistra di alternativa. Problemi che fino a quando si sta all’opposizione non emergono, ma che nel momento in cui ci si cimenta con il governo diventano dirompenti. Ciò produce, nell'azione di Governo, elementi percepiti come negativi dalla nostra gente: litigiosità, incapacità di decidere e di scegliere, compromessi che alla fine non risultano soddisfacenti per nessuno. Ed ecco che subentra nel popolo di sinistra la delusione, che si trasforma in passivizzazione e astensionismo e che colpisce prima di tutto noi, la forza politica su cui si ripongono maggiori aspettative di cambiamento.

L’aver sottovalutato gli effetti determinati da queste situazioni contraddittorie, nella concreta gestione del governo, è stato un grave errore da parte di Rifondazione Comunista. Si è insistito sul fatto che sarebbe stato più facile, rispetto agli anni Novanta, condizionare l’Ulivo dando per scontata una sua maggiore permeabilità alle nostre istanze. Inoltre, si è ritenuto che il supporto dei movimenti avrebbe sospinto la coalizione a scelte più in sintonia con le proposte di Rifondazione Comunista. Queste due previsioni, su cui si è costruita la nuova linea politica di Rifondazione Comunista, si sono rivelate, purtroppo, sbagliate: l’Ulivo ha virato a destra costruendo il Partito Democratico e i movimenti, almeno in Italia, sono divisi e in una fase di difficoltà.

Cosa bisognava fare allora? A mio parere bisognava fare ciò che il Partito sta facendo adesso, ma con grave ritardo e in una fase in cui siamo costretti a risalire la china. Si trattava, appunto, di costruire una unità di azione, a partire da alcuni punti programmatici, con tutta la sinistra di alternativa - politica, sociale e di movimento – per condizionare il confronto nell’Unione e per non isolare Rifondazione qualora si trovasse in contrasto con alcune scelte dell'esecutivo.

Inoltre, in questo primo anno di governo bisognava essere meno silenti, più determinati nelle critiche ad alcuni provvedimenti, soprattutto su questioni economiche e sociali come la legge Finanziaria e la lotta alla precarietà. Occorreva essere più cauti nel dare giudizi positivi, per esempio su presunti impegni di Prodi su tesoretto e pensioni, che poi sono stati sistematicamente disattesi e quindi si sono ritorti contro di noi. Anche sulla politica estera di D’Alema: si possono benissimo apprezzare alcune scelte positive, che pure sono state fatte; altra cosa è dare giudizi positivi sul complesso della politica estera, vista la gravità della scelta di Vicenza e dell’adesione del governo italiano allo scudo stellare.

Ritengo quindi che il nostro risultato elettorale negativo sia imputabile a questo insieme di problemi. Inoltre non credo abbia aiutato a raccogliere consensi sulle nostre liste la notizia che, a pochi giorni dal voto, importanti dirigenti di Rifondazione hanno deciso di dare vita a una rivista che non contiene alcun riferimento al comunismo. Ed anche questo continuo alludere ad un superamento di Rifondazione Comunista nelle pagine di Liberazione e di altri giornali, da parte di alcuni autorevoli dirigenti, ha contribuito ad alimentare tra tanti compagni un senso di disagio, di precarietà e di frustrazione, condizione non delle migliori per affrontare con entusiasmo la campagna elettorale.

Infine, un altro dato significativo di queste elezioni su cui riflettere, è il fatto che dove si è pensato di risolvere le difficoltà della sinistra di alternativa costruendo liste comuni, ciò si è dimostrato particolarmente inefficace. Queste liste, composte in genere da Prc, Pdci, Verdi, Sinistra Ds non ottengono mai la somma del consenso elettorale dei partiti che si uniscono; in alcuni casi, clamorosamente, non hanno raggiunto nemmeno i risultati della sola Rifondazione Comunista.

Anche questo, che per la verità non è un elemento nuovo, deve indurci ad affrontare in modo corretto il processo unitario della sinistra di alternativa. Unità che dobbiamo assolutamente perseguire, se ne sente fortemente il bisogno, e la nostra gente la richiede anche perché rappresenta la speranza principale affinché questo governo non cada rovinosamente. Ma l’unità non può essere costruita in laboratorio, e soprattutto non può significare la reductio ad unum, né organizzativamente né elettoralmente.
Per questo ritengo che la strada giusta sia quella imboccata alla conferenza d'organizzazione che il partito ha tenuto a Carrara, in particolare ritengo utile il documento politico che lì abbiamo approvato e al quale è necessario dare continuità: rafforzamento e rilancio di Rifondazione Comunista e, insieme, stretto coordinamento politico-programmatico delle forze della Sinistra di alternativa.
Dobbiamo quindi puntare ad una forte offensiva sui temi sociali – appunto il risarcimento sociale – chiedendo che il “tesoretto” vada in questa direzione e che la riforma delle pensioni, rispettando quanto scritto nel programma dell’Unione, non si trasformi in un ennesimo attacco al sistema previdenziale pubblico.
Su questi temi va prioritariamente costruita l’unità d’azione nel Parlamento e nel Paese con le altre forze della Sinistra di alternativa. Per riuscire a fare bene tutto questo, e per cercare di superare le difficoltà che questo voto ci consegna, è indispensabile - anche su questo dobbiamo seguire la modalità decisa a Carrara - lavorare per un Partito che, nonostante le sue differenze, sappia costruire una propria unità.

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