Circolo Gramsci Cagliari

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Superare il Prc? No, unità dazione per unalternativa di società PDF Stampa E-mail
Scritto da Matteo Quarantiello   
Lunedì 25 Giugno 2007 14:33
Di Bruno Steri

E’ per molti versi sorprendente la rapidità con cui è precipitata nella nostra discussione niente meno che la questione dell’esistenza o non esistenza di Rifondazione Comunista... Perché – al di là di metafore immaginifiche e giri di parole – di questo si tratta: e va ascritto al compagno Alfonso Gianni quanto meno il merito di aver chiamato sin dall’inizio le cose con il loro nome. Ciò che alcuni compagni promuovono – dentro e fuori il Prc – non è dunque solo l’esigenza del tutto condivisibile di far convergere forze politiche distinte e che si continua ad intendere come distinte, in vista di una comune azione politica che conferisca il massimo di efficacia alla sinistra di alternativa, alla sua capacità di condizionare il governo Prodi. Al contrario, quel che si propone è di oltrepassare, superare il Prc (e con esso, evidentemente, tutte le altre forze politiche disponibili e collocate alla sinistra del già costituito Partito Democratico). Essi dicono: per avere più forza, ponendo fine alla frammentazione della sinistra. Io penso: sull’insana e non ben meditata spinta di una perniciosa ansia di semplificazione. La medesima – per intenderci – che ha presieduto all’unificazione coatta del Pd, decretando il definitivo tramonto di un riferimento di socialismo moderato nel nostro Paese. Non ho mai auspicato un tale esito; e continuo a pensare che esso costituisca un segnale di grave involuzione del quadro politico italiano. Allo stesso modo, riterrei altrettanto grave se la sinistra di alternativa imitasse tale percorso di sommaria riduzione organizzativistica.
Questa discussione soffre a mio parere di un eccesso di semplificazione. In essa non sono solo e semplicemente implicate le pur pressanti esigenze della linea politica. C’è un distinto piano dell’argomentazione che ha a che fare con istanze di chiarezza ideale e strategica e che non può essere minimizzato. Né ci si può sbarazzare di tali implicazioni – che toccano tra l’altro corde profonde e diffuse sensibilità – col ricorso ad affermazioni generiche o a vaghe suggestioni. Qui non si tratta di decidere sulla base di un astratto desiderio di “oltrepassamento”; o di misurarsi genericamente con una presunta psicoanalitica “paura della perdita” della propria identità. Evitiamo le banalizzazioni. Oltrepassare? Nello specifico, non vedo perché dovrei porre fine ad un’esperienza politica iniziata una quindicina di anni or sono per reagire, allora, ad un altro “oltrepassamento”: quello del Pci promosso da Achille Occhetto che, contrariamente a molti di noi, Pietro Folena dice di aver condiviso. Non lo condividemmo allora e non lo condivideremmo oggi, in una sua tardiva riedizione, seppur certamente caldeggiato in un contesto politico affatto diverso. Quanto poi ai cosiddetti aspetti identitari, non credo affatto che possano essere liquidati come disvalore o seccamente sacrificati alle impellenze dell’oggi. L’identità non è una statica “galleria di ritratti” (Fratoianni). Non si può ridurre un’idea costitutiva di pensieri e azioni alla loro caricatura degenerata. Piuttosto essa rinvia ad un confine mobile, che va riconquistato costantemente, nel vivo delle emergenze quotidiane e di fase: in un rapporto vivo con le lotte e i movimenti sociali, con le contraddizioni di classe che la globalizzazione capitalistica non cessa di riproporre, in forme sempre più drammatiche e, oggi, in un’inedita dimensione planetaria.
In definitiva, dobbiamo far fronte a due problemi, non ad uno solo. Per un verso occorre rispondere, nell’immediato, ad una domanda sociale che esige un risarcimento per coloro che fino ad oggi hanno solo dato. Per questo, occorre un’unità d’azione tra tutte quelle forze (non solo partitiche) che possono e devono ritrovarsi attorno ad alcuni – pochi – obiettivi di fase, che attengono all’azione del governo in carica. E’ qui che la “massa critica” deve esercitare tutta la sua forza di condizionamento: pensioni e salari, diritti civili, pace. Insomma: contenuti, non contenitori. Su questo, occorre conseguire l’unità possibile. Per altro verso, è necessario che noi si continui a lavorare per prefigurare un orizzonte più lontano ma non per questo meno urgente: un orizzonte che abbiamo chiamato “alternativa di società” e che coincide con una prospettiva generale di profonda trasformazione della società capitalistica. Si tratta di una cornice di riferimento senza la quale si navigherebbe a vista, sulla base di esigenze di breve-medio periodo, e che – per quel che ci riguarda – coincide con il tenace lavoro della rifondazione comunista. Non pretendiamo che tutti vi aderiscano; ma neanche sarebbe lecito (e, aggiungo, nemmeno elettoralmente produttivo) costringere noi a rinunciarvi.