Circolo Gramsci Cagliari

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Delusi ma non disillusi PDF Stampa E-mail
Scritto da Laura   
Giovedì 24 Aprile 2008 15:48

di Diego La Sala

su redazione del 20/04/2008


Sara Menafra, sul manifesto del 16 aprile, dedica uno sferzante articolo ai “berty-boys sull’orlo del baratro”, i giovani cresciuti sotto l’ala protettiva dell’ex segretario del PRC, quelli che tra una manifestazione no-global e una partita alla playstastion, tra un po’ di disobbedienza civile e una cravatta costosissima del negozio preferito dal capo, hanno scalato le vette del Partito in un intervallo di tempo fulmineo, bruciando le tappe ed anticipando ogni pur lusinghiero cursus honorum. Adesso, risucchiati dalla sconfitta epocale della sinistra e del leader, rischiano di perdere tutto in un batter di ciglio: dal cielo al baratro, appunto. Ci dispiace per loro, che ora pagano i loro errori, ma ben altri sono i problemi che dobbiamo affrontare.
C’è un baratro che non fa notizia in questi giorni, forse perché si presta meno a colorare la cronaca politica di queste ore grigie: è il baratro che riguarda l’intera organizzazione di cui i berty-boys sono stati dirigenti, almeno per qualche tempo prima del salto: i Giovani Comunisti. E’ il destino dei GC che ci preoccupa, adesso. Perché è il destino di tante compagne e tanti compagni. Certo, storie meno scintillanti, esistenze meno sulla cresta dell’onda, carriere politiche meno luminose. Ma è a quei volti, a quella passione, a quella militanza spesa nei problemi quotidiani della politica e della vita che si rivolge il nostro pensiero. La linfa vera e vitale dei GC si interroga oggi su cosa accadrà domani: sono quelle compagne e quei compagni che hanno continuato a credere che fosse necessaria un’organizzazione giovanile comunista, nonostante tutto. Nonostante ci venisse raccontato dai nostri dirigenti che “comunista è vecchio”, che l’innovazione (intesa come liquidazione della nostra identità) era l’unica stella polare, nonostante ci venisse instancabilmente ripetuto che senza scioglierci nei movimenti saremmo rimasti solo un ferrovecchio. Nonostante ogni mese venisse inventata una nuova sigla, una nuova rete, un nuovo contenitore nel quale scioglierci (siamo arrivati, ci pare, a Be-partisan, ma siamo fermi al 14 aprile), nei territori abbandonati a loro stessi ha continuato a vivere un insediamento comunista di giovani che, ignari di quale fosse l’utilità di networks e affini calati dall’alto, hanno proseguito senza troppi voli pindarici la loro battaglia contro i piccoli e grandi problemi che riguardano una generazione divorata dalle contraddizioni del capitalismo. Gente che lavora, che studia, che magari partecipa solo mezz’ora alle riunioni perché “ho il turno di notte, ma volevo dire la mia”, “domani mi alzo alle 6 ma do una mano a fare il volantino”. Tempo, denaro, impegno: unica remunerazione, la certezza di lottare per la cosa giusta. Ragazze e ragazzi che davanti alle scuole, ai mercati, nelle sezioni e nelle piazze di periferia hanno conquistato il loro pezzo di protagonismo e consapevolezza. Giovani che mettono la cravatta solo per il matrimonio dell’amico o il battesimo del cugino, che vivono nella concretezza della militanza politica e che, senza sentirsi migliori o peggiori di altri, hanno guadagnato il diritto al rispetto. Uomini e donne che appena hanno un’ora libera dal lavoro, dalla scuola, dagli affanni del tran tran negli ingranaggi spietati della grande macchina della modernità, volano in sezione a lavorare per il Partito e i GC, leggono, si informano, magari studiano Marx e Antonio Gramsci con dedizione ammirevole perché sono fermamente determinati a capire il mondo per cambiarlo, non a svolazzare nell’orizzonte della suggestione e farsi affascinare da vuoti giochi linguistici fini a se stessi. E per questo loro essere comunisti sono stati dileggiati, calpestati, additati come strani animali incapaci di comprendere la novità di una sinistra senza comunismo. Il 14 aprile abbiamo assaggiato il morso di questo nuovo che avanza. E nelle nostre sedi abbiamo trovato ancora quei giovani “strani”: delusi, ma non disillusi. Determinati a cambiare passo, a riappropriarsi dei GC e dare loro nuova consistenza, nuova importanza, nuova centralità. Decisi a innovare, sì, ma partendo da ciò che ci appartiene, dalla nostra storia e dalla nostra ricchezza culturale, senza smobilitare il Partito ma anzi ricominciando a puntare sull’autonomia (politica e teorica) dei comunisti come premessa irrinunciabile per un reale rafforzamento di una sinistra unita ma non unica.

Questi compagni non hanno bisogno di alcuna lezioncina: sanno bene quanto serva l’unità, rimettere insieme i cocci di una sinistra terremotata, fuori dal Parlamento e ancor prima distante dalla società. E sanno bene quanto i movimenti spesso siano la linfa del conflitto, e dunque è insieme e all’interno di essi che bisogna lottare. È per questo che a loro (a tutti noi) vanno date risposte chiare e immediate, tentando di ricostruire un protagonismo vero che non prescinda (ma anzi incentivi e parta) dal riconoscimento del lavoro, dell’impegno, dello studio di chi ha tenuto in piedi la baracca. Sono questi i giovani le cui sorti oggi ci stanno a cuore. La militanza dei giovani comunisti, non la carriera dei loro dirigenti, deve essere il nostro assillo. Ripartiamo da qui, da quelli che hanno il coraggio e la forza di mettersi in discussione per rilanciare il progetto della rifondazione comunista in un momento difficile e drammatico, armati solo della propria passione e della propria intelligenza, dell’immagine esemplare di chi, prima di noi e ancora oggi, ci ha dimostrato come sia possibile non rompere il filo del discorso e lavorare a una società diversa, migliore. Scusate, ma non ci pare poco.