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Recesione del libro "Controstoria del liberalismo" - D. Losurdo PDF Stampa E-mail
Scritto da Laura   
Venerdì 12 Maggio 2006 17:45
Recesione del libro Controstoria del liberalismo di Domenico Losurdo[1]

A cura di Gianni Fresu. Domenico Losurdo ha un conto aperto con il revisionismo storico e con tutta l?agiografia del pensiero liberale, tra i titoli delle sue pubblicazioni diverse opere sono state gi? dedicate a questo tema. Controstoria del liberalismo costituisce un serio tentativo, approfondito e storicamente documentato, di abbandonare il quadretto edificante della consueta apologia liberale oggi trionfante nella storiografia come nella politica.
Questo non significa certo disconoscere i meriti e i punti di forza della storia del pensiero liberale, ma, molto pi? semplicemente, scegliere il terreno reale della storia superando le numerose rimozioni e trasfigurazioni che la caratterizzano, in questo senso il libro che presentiamo pu? essere definito una ?controstoria?.

Nella lettura apocalittica sul Novecento e nella sua completa trasfigurazione, il revisionismo storico ha demolito in particolare l?empia progenie del socialismo, imputando a Marx e discepoli tutto il carico di lutti e orrori propri di un secolo insanguinato, fascismi compresi, che non sarebbero figli legittimi dell?ideologia borghese, con tutto il suo carico di tradizione coloniale prima e imperialistica poi, ma un prodotto (autocefalo e tutto sommato salutare) della reazione al bolscevismo. Il fascismo, nei suoi riferimenti ideali, nel suo affermarsi, nelle sue pratiche, fa parte a pieno titolo dell?album di famiglia della borghesia, ? espressione organica dei suoi rapporti sociali di produzione, ci? nonostante il revisionismo storico tende a presentare l?orrore del ventesimo secolo come un qualcosa che irrompe improvvisamente su un mondo di pacifica convivenza. Orrore che dunque sarebbe estraneo alla tradizione della civilt? liberale e alla societ? borghese. Per introdurre il tema mi collego ad una categoria assai felice cui fa riferimento Losurdo nel Peccato Originale del Novecento (Laterza 1998), questa categoria ? il ?sofisma di Talmon?. Talmon ? uno studioso del secondo dopoguerra che usava condannare la democrazia totalitaria (che a suo dire andava da Rousseau a Stalin) contrapponendogli la tradizione liberale che (sempre a suo dire) aveva aborrito coercizione e violenza.

Caratteristica di questo sofisma e che esso tende porre fatti e misfatti del comunismo a confronto non con i fatti reali del mondo che intendeva porre in discussione, la societ? capitalistica, ma con le grandi dichiarazioni di principio della tradizione liberale. Questa categoria sta alla base di buona parte delle mistificazioni proprie del revisionismo storico, di cui il famigerato libro nero del comunismo ? un valido esempio. Per rispondere a questo sofisma per?, Losurdo non lo ripropone alla rovescia, vale a dire non raffronta la civilt? liberale con le grandi dichiarazioni di principio del pensiero socialista, si limita ad analizzare la realt? di alcune colossali rimozioni, rispetto alle quali la logica e pacifica linearit? del passaggio dal liberalismo alla democrazia, tanto cara alla storiografia liberale, cade in evidente contraddizione.

La prima domanda con cui si apre il libro ?, cosa si intende in genere per liberalismo? ?La tradizione di pensiero che mette al centro della sua preoccupazione la libert? dell?individuo, misconosciuta o calpestata dalle altre filosofie?.

Nella controstoria del liberalismo Losurdo verifica quanto questa definizione liberale trovi corrispondenza nella civilt? che su di essa viene edificata. Per essere ancora pi? chiari, Controstoria del liberalismo si pone la domanda se alla storia delle societ? liberali si possa realmente applicare l?aggettivo liberale sulla base di quella definizione. Per partire, il testo pone in evidenza come le tre nazioni che vengono poste a fondamento della civilt? liberale, Inghilterra, Olanda e USA, proprio negli anni della loro affermazione liberale ed anti-assolutista sono caratterizzati per la pi? criminale e sistematica opera di oppressione della libert? individuale e sterminio dell?umanit? che questa abbia mai conosciuto: la tratta degli schiavi.

Tratta di cui oramai sono note le vicende, ma rispetto alla quale ? totalmente occultata la matrice politica e il sostegno convinto da parte di campioni del pensiero liberale come Smith, Calhoun, Lieber, Fletcher e lo stesso Locke (proprietario di schiavi e azionista convinto della Royal African Company), o di padri della ?patria della libert?? per eccellenza, Washington, Madison e Jefferson (tutti proprietari di schiavi), i quali sono stati protagonisti del primo vero antecedente storico-ideale del concetto e della pratica concreta della soluzione finale. Quella perpetrata nei confronti di tutte le popolazioni native soggette alla colonizzazione e in particolare quella che port? il liberale Congresso degli Stati Uniti a deliberare lo sterminio delle sei nazioni pellerossa dei nativi d?america. Senza dimenticare poi che gli Inglesi sperimentarono la conquista del West anzitutto in Europa ai danni di un altro popolo, quello irlandese, che proprio a seguito della tanto celebrata gloriosa rivoluzione sub? nelle sue forme pi? crude l?oppressione, lo sfruttamento e la sistematica privazione della libert?.

Del resto non ? certo un mistero, e Losurdo ce lo ricorda, come espressamente Hitler pi? volte si fosse richiamato allo sterminio dei pellerossa da parte degli americani per spiegare e legittimare la sua idea di ?spazio vitale?. La conquista del ?far west? come laboratorio del Terzo Reich, ? cos? le praterie dell?Ovest americano si convertono in quelle dell?Est europeo. L?idea stessa di spazio vitale trova dunque il suo fondamento in questa epopea, cos? il nazismo trova nelle popolazioni slave gli indios da espropriare delle loro terre, da decimare e ricacciare in nome della conquista della civilt?.

La conquista del West, come tutte le imprese di occupazione coloniale, il diritto all?espropriazione delle terre delle popolazioni ?incivili? che non le sanno mettere a frutto, hanno trovato diverse forme di legittimazione nel pensiero liberale. Una tra le pi? celebri ? di John Locke, forse in assoluto l?icona pi? venerata dell?apologetica liberale, l?ultimo grande filosofo a giustificare la schiavit? e difenderla a spada tratta[2].

John Locke nel celebrato Secondo trattato sul governo scrive: ?bench? la terra e tutte le creature inferiori siano dati in comune a tutti gli uomini, tuttavia ogni uomo ha la propriet? della sua propria persona: su questa nessuno ha diritto alcuno all'infuori di lui. Il lavoro del suo corpo e l'opera delle sue mani, possiamo dire, sono propriamente i suoi. Qualunque cosa, allora, egli rimuova dallo stato in cui la natura l' ha prodotta e lasciata, mescola ad essa il proprio lavoro e vi unisce qualcosa che gli ? proprio, e con ci? la rende una sua propriet?. Rimuovendola dallo stato comune in cui la natura l' ha posta, vi ha connesso con il suo lavoro qualcosa che esclude il comune diritto degli altri uomini?[3]. Le terre delle colonie all?arrivo dei coloni non erano coltivate, erano allo stato di natura, l?occupazione e la lavorazione di quelle terre espropriate con la violenza diviene dunque il titolo della loro legittima propriet?. Losurdo ha buon gioco nel mostrare come paradossalmente ? un teorico della monarchia assoluta come Jean Bodin, non certo Locke, a mettere in discussione l?inumanit? del potere assoluto dell?uomo bianco sullo schiavo. Ma il dato pi? importante di questo paradosso del liberalismo ? dolosamente occultato dallo storicismo volgare - che Losurdo pone in evidenza attraverso il peso incontestabile dei dati, ? che la schiavit? non ? un qualcosa che sopravvive malgrado il successo delle tre rivoluzioni liberali, ma al contrario essa conosce il suo massimo sviluppo proprio a seguito di tale successo.

Losurdo parla in proposito di un parto gemellare: ?ascesa del liberalismo e diffusione della schiavit?-merce su base razziale?, definita e celebrata dai teorici del pensiero liberale come ?bene positivo?. ?La crescita della popolazione degli schiavi delle americhe ? di 330.000 nel 1700, quasi tre miloni nel 1800, oltre 6 milioni negli anni cinquanta dell?Ottocento?, al di l? del dato numerico Losurdo mette in evidenza come a partire dalla rivoluzione liberale, nel Settecento, gli inglesi utilizzano la cosiddetta ?schiavit? sistemica? legata alle piantagioni e alla produzione di merci che realizza una de-umanizzazione ben pi? grave degli stessi rapporti di schiavit? ancillare delle colonie spagnole e portoghesi. I dati riportati mostrano chiaramente come gli USA abbiano poggiato la loro accumulazione originaria del capitale proprio sulla produzione schiavista: ?nel 1860 [il valore degli schiavi] ammontava a tre volte il capitale azionario dell?industria manifatturiera e ferroviaria; il cotone coltivato al sud era di gran lunga l?esportazione pi? rilevante degli USA e serviva a finanziare le importazioni e lo sviluppo industriale del paese?[4]. A questa particolare forma di accumulazione originaria va poi aggiunta l?opera di espropriazione delle terre dei nativi e la loro deportazione. Se dunque Marx nel Capitale ci ha mostrato come in generale la rapina e la violenza rendono l?accumulazione originaria dei paesi europei ben meno idilliaca di come in genere la si rappresenti, nella storia degli USA questo tratto assume anche un ben preciso carattere di prevaricazione razziale, oltre che di classe, Tenuto conto dell?insieme di questi fattori [5] dunque, l?edificante contesto della democrazia liberale di cui tanto si ? parlato e tanto si parla andrebbe classificato secondo Losurdo con la categoria della Herrenvolk democracy, vale a dire democrazia che vale solo per il popolo dei signori: ?la netta linea di demarcazione [scrive Losurdo], tra bianchi da una parte e neri e pellerossa dall?altra, favorisce lo sviluppo di rapporti di eguaglianza all?interno della comunit? bianca. I membri di un?aristocrazia di classe o di una razza tendono ad autocelebrarsi come i pari; la netta diseguaglianza imposta agli esclusi ? l?altra faccia del rapporto di parit? che si instaura tra coloro che godono del potere di escludere gli inferiori? (pag. 87)

Proprio la presa di coscienza di ci? sta alla base del processo evolutivo che porta il radicalismo ? sia in Europa, che nell?America Latina percorsa dalle prime rivoluzioni (i casi di Santo Domingo, Bolivar, Tupac Amaru) che con l?indipendenza rivendicano parit? di diritti per popolazioni indie e di colore ? a distaccarsi dal liberalismo e sottoporre a severa critica l?ipocrisia dei valori liberali dietro cui si nasconde l?oppressione della stragrande maggioranza del genere umano ridotta in stato di schiavit?. Critica che porta autori come radicali come Garrison e Philips a vedere nella costituzione statunitense (che attraverso la schiavit? fonda uno Stato razziale), uno strumento di Satana, critica che porta altri come il filosofo Condorcet a collocare il gruppo dirigente nord americano addirittura al di fuori del genere umano per lo stato di sopraffazione disumana su cui regge il suo potere. In Francia in particolare, secondo Losurdo, la rivoluzione americana e la sua rottura con i privilegi dell?ancienne regime, la contestazione del modello inglese e la realizzazione di rapporti di eguaglianza civile tra i bianchi, era stata inizialmente un esempio ed uno stimolo potente, ma la disillusione provocata dalla costruzione di uno Stato razziale senza precedenti mette rapidamente in crisi quel modello, questa crisi e la critica che ne consegue ? uno dei fattori su ci si innesta il radicalismo francese. Nell?ambito del campo liberale la rimozione della sorte inflitta ai popoli soggetti al dominio coloniale ? totale, e anche quando viene fatto un fugace quanto cinico riferimento al trattamento disumano a cui sono sottoposti pellerossa e neri ? come nel caso di Tocqueville ? questo non getta nessuna ombra sull?autocelebrazione del trionfo della libert? viva e operante negli USA. Tocqueville celebra la libert? degli USA nella piena consapevolezza che la libert? di cui egli parla riguarda solo una piccola minoranza, pur sapendo che il liberalismo genera un?esclusione dalla fruizione di qualsiasi diritto che non ? pi? soltanto censitaria, o di estrazione sociale come nella societ? feudale, ma razziale.

Su questa evidente contraddizione, su cui, ancora oggi, continuano a sorvolare gli apologeti del pensiero liberale (basti dare uno sguardo ad un qualsiasi manuale di Storia delle dottrine politiche in uso nelle universit? italiane che si occupano dell?autore di Democrazia in America, come degli altri teorici del liberalismo) Losurdo ha buon gioco nel soffermarsi con puntiglio: Tocqueville , scrive Losurdo, ?celebra come luogo della libert? uno dei pochi paesi del Nuovo Mondo in cui vige e fiorisce la schiavit?-merce su base razziale e che, al momento del viaggio del liberale francese, ha come Presidente Jackson, proprietario di schiavi e protagonista di una politica di deportazione e decimazione a danno dei pellerossa ? (pag. 135)

Allo stesso modo, le note di Tocqueville relative al suo viaggio in Inghilterra tra il 1833 e il 1835, sono un altro esempio di ?rimozione liberale?, perch? pur avendo coscienza della condizione infernale di sfruttamento, povert? e privazione di qualsiasi diritto dei lavoratori salariati inglesi, vale a dire della stragrande maggioranza del popolo inglese, la conclusione di queste note ? che l?Inghilterra costituisce il pi? alto esempio verso cui la Francia deve tendere, perch? la societ? liberale inglese realizza la libert? in quanto tale. Tocqueville poi, sia in Inghilterra che in America, rileva la natura infernale del sistema penitenziario (Losurdo riporta molti esempi che sarebbe interessante citare) e la totale disparit? di diritti civili tra classi superiori e inferiori, disparit? e trattamento infernale che si traducono in violazione sistematica delle pi? elementari liberta delle classi subalterne, e ci? nonostante il tutto ? non solo legittimato ma presentato come il paradiso delle libert?. Oggi potremmo dire come la casa delle libert?. Losurdo fa notare come questa fragorosa contraddizione sia resa possibile dal fatto che Tocqueville, come il resto del campo liberale, si limitava confinare schiavit?, miseria e sfruttamento in un ambito irrilevante sul piano civile e politico. La natura di povert? e disparit? civili non era dunque riconducibile a leggi o rapporti sociali di produzione, ma all?ordine naturale delle cose, alla stessa Provvidenza. Cos? come in natura esiste una distinzione immodificabile tra esseri umani e bestie, allo stesso modo all?interno della societ? umana esiste una distinzione naturale e benefica tra padroni e schiavi.

?Tanto pi? intollerabile [scrive Losurdo] risulta agli occhi della tradizione liberale ogni dilatazione del politico, per il fatto che essa investe rapporti che non solo sono di carattere privato ma la cui immutabilit? ? consacrata dalla natura o dalla provvidenza. Agli occhi di Edmond Burke ? folle e blasfemo ritenere che tra i compiti del Governo, ci sia quello di fornire ai poveri quanto la Divina Provvidenza ha negato loro? [6].

Dunque tanto nella valutazione dell?ordinamento americano, quanto di quello inglese, il campione del liberalismo per eccellenza Tocqueville pontifica su libert? e democrazia astraendo totalmente il suo discorso dalle condizioni materiali di vita e dai rapporti di lavoro. Ci?, in fin dei conti, non ? tanto strano per il pensiero liberale, che tradizionalmente distingue tra libert? formale e libert? sostanziale e che nel prendere atto della distinzione tra uguaglianza formale (quella di fronte alle leggi) e uguaglianza sostanziale (quella economico sociale), ha sempre ribadito e tutt?ora ribadisce che solo la prima ? possibile e solo rispetto alla prima ? possibile l?intervento del politico. Lo ? invece il fatto che le astrazioni di Tocqueville si estendano anche al campo delle leggi civili, dove la distinzione di diritti e trattamenti tra classi superiori e inferiori ? non solo riconosciuta, ma giustificata.

Il principio della salvaguardia della libert? individuale ? stato poi ampiamente contraddetto in diverse fasi storiche nelle quali i liberali hanno invocati la sospensione delle libert? costituzionali e l?avvento di dittature militari, non curandosi di Governi legittimamente e democraticamente eletti, cos? come non hanno fatto mistero di appoggiare la repressione violenta per ristabilire l?ordine politico sociale messo in discussione dalle lotte del mondo del lavoro e dalla diffusione del socialismo. Ci? ? accaduto sia nell?Ottocento ? dopo la rivoluzione del 48 o con la Comune di Parigi, quando uno spettro inizia ad aggirarsi nelle Corti d?Europa; come nel Novecento ? specie dopo l?infezione propagatasi dalla rivoluzione d?ottobre, quando lo spettro finalmente si materializza.

Gli esempi di plauso liberale per l?avvento di Mussolini e per la violenza fascista contro lo spirito di ribellione delle masse popolari sono tantissimi, sia tra i liberali italiani (Einaudi, Croce, Salandra) sia tra quelli di scuola anglo-sassone (Mises ma anche lo stesso Churchil).

Del resto ben sappiamo come dietro tutte le pi? sanguinose dittature fascistoidi del Secondo dopoguerra (la Cuba di Batista, Grecia, Brasile, Cile, Argentina, San Salvador solo per citarne alcune) ci sia stato il sostegno, se non la fattiva partecipazione, di nazioni considerate bastioni delle libert? democratiche come gli USA.

Questa tendenza alla rimozione, che porta a mascherare ogni atrocit? con i grandi principi della civilt? liberale, ? una malattia dura a morire che ciclicamente riaffiora. Tralasciando l?esempio a s? stante della conquista spagnola dell?America Latina che si era ammantata delle parole d?ordine dell?evangelizzazione cristiana, il colonialismo, con tutto quel che ha comportato in termini di sfruttamento e oppressione, ? stato giustificato con il dovere di portare la civilt? ai popoli selvaggi, allo stesso modo oggi assistiamo al massacro di Faluja, alle torture di Abu Grahib, alla rapina delle risorse energetiche dell?Iraq, e ci parlano di ?esportazione della democrazia?. In un caso come nell?altro ci troviamo di fronte al carico di mistificazione della falsa coscienza propria della tradizione liberale. Questo libro ? uno strumento, prezioso, preziosissimo, che ci da una mano per districarci nell?intricatissimo labirinto dei fatti e delle opinioni, per dire addio all?agiografia e approdare, finalmente, sul terreno della storia. Buona lettura.


NOTE:
[1] Domenico Losurdo ? professore ordinario di storia della filosofia all?Universit? di Urbino, ed ? presidente Internazionale della Societas Hegeliana, tra le sue opere, molte delle quali tradotte in pi? lingue, vanno ricordate: La comunit?, la morte, l?Occidente, Heidegger e l?ideologia della guerra (1991); Hegel e la libert? dei moderni (1992); Democrazia o Bonapartismo (1993); La Seconda Repubblica, Liberismo, federalismo, postfascismo (1994); Antonio Gramsci, dal liberalismo al comunismo critico (1997); Il revisionismo storico (1998); Il peccato originale del Novecento (1998); Fuga dalla storia (1999) L'ipocondria dell'impolitico. La critica di Hegel ieri e oggi, 2001; Nietzsche il ribelle Aristocratico (2002);

[2] Un altro autore noto spesso citato, Ugo Grozio, ricorre addirittura alla Bibbia e ad Aristotele per giustificare e difendere il diritto al commercio degli schiavi [3] John Lcke , Il Secondo trattato sul governo, Rizzoli Milano 1998, p. 97.

[4] Domenico Losurdo, Controstoria del liberalismo, Edizioni Laterza 2005 Bari, pag. 87

[5] Oltre alla condizione di schiavit? Losurdo dedica attenzione anche alla semischiavit? in cui sono costretti poveri, lavoratori salariati e soldati nella liberale Inghilterra del settecento (impressionanti i resoconti riportati sulle cosiddette Workhoses in cui erano rinchiusi poveri e mendicanti).

[6] Ibid. pag.153