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Nenni, Bertinotti e gli avvenimenti d?Ungheria del ?56 PDF Stampa E-mail
Scritto da Laura   
Mercoledì 18 Ottobre 2006 17:17
Nenni, Bertinotti e gli avvenimenti d?Ungheria del ?56


di Antonio Costa



Tra i regimi socialisti sorti nell?Europa dell?est sull?onda della sconfitta nazista, caratteristiche molto particolari aveva assunto quello dell?Ungheria.

La struttura sociale ungherese, all?avvento della democrazia popolare, non aveva praticamente riscontro in Europa. Vi sopravvivevano istituti e rapporti sociali di tipo feudale (ad esempio la titolarit? dei pubblici uffici era ereditaria).



Un certo sviluppo industriale, che pure era avvenuto durante la seconda guerra mondiale, rimaneva un fatto marginale all?interno di una societ? agricola (700.000 lavoratori circa su 10 milioni di abitanti). E nell?agricoltura dominava il latifondo: 2000 proprietari possedevano il 56% della terra (e tra questi il pi? grande era la chiesa con il 6% della propriet?). Inoltre 500.000 contadini medi e piccoli erano padroni del 35% della terra. Poi il grosso dei piccolissimi coltivatori: 1.500.000 proprietari.

Ma la propriet? di 360.000 di questi ultimi si riduceva ad un fazzoletto di terra totalmente insufficiente al sostentamento e potevano perci? essere sommati ai 500.000 contadini senza terra. Un totale di 800.000 persone in condizioni miserabili, 1.140.000 estremamente poveri, 500.000 di condizione altalenante e infine 2.000 che vivevano nel lusso e nelle condizioni di privilegio le pi? sfrenate.



Le riforme sociali conseguenti all?avvento del potere socialista non potevano quindi non avere una duplice faccia: quella di un consenso largo, soprattutto nelle campagne, che avrebbe fatto sentire il suo peso nei momenti critici, una rabbiosa, disperata resistenza dei privilegiati, sommata a quella di una parte dei 500.000 contadini medi, unbitamente alla borghesia declassata e a quel centro di potere particolare che era la chiesa latifondista di Mindzenty.

Un altro fattore di pesante incidenza era la scelta, in una certa misura obbligata, di mantenere un sostanziale privilegio verso l?industria pesante a forte scapito della produzione dei beni di consumo. Vi erano alle spalle lunghi anni di guerra fredda. Era opinione diffusa che ci? fosse il preludio alla guerra calda, quindi gli investimenti militari apparivano come una scelta obbligata con ovvie, pesanti conseguenze su strutture economiche e sociali in uno stato di estrema fragilit? in un paese come l?Ungheria che si avviava alla modernizzazione dopo secoli di buio clericale e borghese. E infine, su tutto, influivano scelte politiche generali riguardanti l?assetto dei paesi socialisti dell?Europa dell?est sorti dopo la seconda guerra mondiale.



Il consolidamento e lo sviluppo dei regimi di democrazia popolare richiedevano in generale, ma particolarmente in una realt? come quella ungherese, la ricerca di una via nazionale ed autonoma nell?edificazione del socialismo, capace di utilizzare il patrimonio elaborato dall?Unione Sovietica, non per trasferirlo meccanicamente nella propria realt?, ma per elaborare una soluzione originale ai problemi del paese. Invece, dopo i successi iniziali di sviluppo quantitativo dell?economia, si erano venuti accumulando errori di indirizzo politico che avevano portato ad una situazione davvero esplosiva: errori che potevano ravvisarsi in una insufficiente capacit? di rendere trasparente e mobilitante la prospettiva della edificazione del socialismo con una politica capace di collegarsi alle strutture sociali, alla storia, alla tradizione nazionale del paese.



Grandi erano le difficolt? oggettive: la guerra fredda, la pressione offensiva dei gruppi imperialisti che si avvaleva di una forte emigrazione avvenuta contestualmente alla liberazione del paese, il pericolo della guerra calda con la richiamata necessit? della difesa militare e l?impulso straordinario all?industria pesante, gravarono duramente, inasprendo quelle difficolt?.

Ma esse venivano affrontate applicando un modello uniforme, schemi e direttive che non si raccordavano con la realt? nazionale; difett? la capacit? di elaborare un?analisi puntuale delle forze motrici della rivoluzione e di approfondire i legami con le grandi tradizioni patriottiche e nazionali.



Perci? erano prevalsi metodi di direzione dall?alto che avevano impedito di trasfondere nella stessa classe operaia la chiarezza della prospettiva ed un suo coinvolgimento pieno nella elaborazione della linea politica; e ci? non poteva non avere grandi conseguenze nel rapporto Stato-masse allorch? sacrifici anche pesanti si imponevano per superare un passaggio vitale nella storia della nuova Repubblica Popolare. E oltre al rapporto Stato-masse, queste condizioni avevano provocato grave nocumento alla democrazia interna di Partito, rendendo difficile il percorso di superamento delle difficolt? e degli errori, innescando una lotta interna aspra e disgregatrice - degenerata in una sterile esplosione di proteste, risentimenti, scontri di fazione ? che anzich? dare ai problemi una soluzione politica costruttiva, spezzava il Partito intaccando la sua egemonia tra le masse operaie e popolari, offrendo spazio e iniziativa ad altri centri di influenza e organizzazione ormai inquinati da tentazioni eversive.



Una vera sommossa nasceva dunque dal malcontento e dalle proteste popolari, deluse dai mancati aggiustamenti richiesti, ma anche confuse e disorientate al punto da non comprendere pi? l?esigenza di difendere comunque le basi popolari del regime come condizione per nuove conquiste sociali e civili. In quel momento, in quella ben precisa situazione storica la protesta degenerava ed assumeva il carattere di insurrezione armata contro le organizzazioni dirigenti del potere popolare e dunque, necessariamente, essa apriva le porte ad un ritorno delle forze politiche e di classe che erano state sconfitte dal regime di democrazia popolare mettendo in pericolo la fondamentale conquista che quel regime ? pur tra errori e deviazioni ? aveva realizzato: l?abbattimento del dominio politico ed economico delle classi capitalistiche.



Quando nei paesi socialisti la lotta politica o la protesta popolare assumono il carattere di insurrezione armata ? inevitabile che si apra la strada alla provocazione e all?avventura reazionaria. Quali che fossero i sentimenti e i propositi di masse e strati di lavoratori che dagli errori e dalle colpe del passato erano stati trascinati nella sommossa, in quel momento la posta in gioco diveniva il ritorno o meno del vecchio regime capitalistico.

In quell?ora tragica si doveva sbarrare la strada a questo ritorno. In caso contrario le basi fondamentali del regime di democrazia popolare sarebbero state distrutte, non si sarebbe pi? parlato di sviluppo di una democrazia socialista ma di restaurazione dei vecchi rapporti di classe aprendo le porte ai piani di rivincita reazionaria pi? folli e pericolosi.

Non va dimenticato che proprio in quelle ore, sfruttando i tragici avvenimenti ungheresi, l?imperialismo tentava una sortita, pericolosissima per la pace mondiale, contro l?Egitto (vicenda del canale di Suez), per fortuna bloccata tempestivamente dall?intervento estremamente energico dell?Unione Sovietica.



Certo, era doloroso che il governo ungherese non fosse in grado di respingere con le sue forze la minaccia di un ritorno reazionario e dovesse pertanto richiedere l?intervento delle truppe sovietiche. Ma la realt? configurava un?alternativa netta e precisa: o difesa delle fondamenta popolari del nuovo regime o ritorno del potere latifondista. La scelta dell?intervento era dunque una scelta obbligata, anche per ridurre al minimo i danni materiali e umani che la situazione stava producendo.

Per cinquanta anni i fatti d?Ungheria sono stati il leit-motiv anticomunista di tanti, di troppi. Cinquanta anni dopo dobbiamo constatare invece che l?intervento, anzi il duplice intervento delle truppe sovietiche in Ungheria, non solo non ha impedito ma, con l?ascesa al potere di Janos Kadar, ha addirittura stimolato un processo di rinnovamento e sviluppo complesso ma chiaro e positivo: sotto la guida del comunista Kadar il nuovo regime ? durato pi? di trent?anni e ha raggiunto obbiettivi di sviluppo economico, sociale e civile inconfutabili anche da parte occidentale. Paradossalmente ci? ha consentito che il passaggio di regime nell?89, dopo la caduta del muro, avvenisse senza traumi e violente lacerazioni. Rimane il fatto che dopo 15 anni di ritorno al capitalismo e di ?normalizzazione? liberal-democratica i conti non tornano e l?Ungheria si ritrova a sua volta immersa nelle patologie tipiche provocate da un capitalismo selvaggio e corrotto: disuguaglianze, disoccupazione, povert?, precariet? sociale.



Quanto alle conseguenze nel nostro paese di quell?intervento, va, a mio avviso, totalmente rovesciato il discorso periodicamente riemergente della ?occasione storica perduta?.

Il PCI espresse allora la sua solidariet? all?intervento. La maggioranza del PSI invece lo critic?. I comunisti e una forte minoranza del PSI formarono in tal modo un blocco che imped? il dilagare di una socialdemocratizzazione della sinistra di classe Quelli che rimpiangono l?occasione perduta sono costretti perci? ad ignorare il seguito della storia e cio? che il movimento operaio italiano resistendo agli inviti liquidatori dei critici dell?intervento ha saputo dar vita ad un percorso che, negli anni successivi, ha fortemente modificato le basi della societ? italiana realizzando conquiste economiche e sociali che hanno eliminato differenze storiche con i paesi pi? avanzati d?Europa, conquiste dell?ordinamento civile e democratico, peraltro messe periodicamente in discussine dalle forze conservatrici.



Ecco perch? Nenni ha sbagliato nella sua radicale condanna dell?Unione Sovietica e nella conseguente rottura del Patto di Unit? d?azione con il PCI.

Ecco perch? Bertinotti sbaglia due volte nella rivalutazione delle posizioni di Nenni sui fatti d?Ungheria cinquanta anni dopo.