Circolo Gramsci Cagliari

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Sulla struttura socialista pianificata dell?Urss staliniana PDF Stampa E-mail
Scritto da Laura   
Lunedì 27 Dicembre 2004 17:30
Un?analisi economica e politica
di Francesco Nappo

tutte le categorie dell?economia del valore che residuano all?interno della pianificazione socialista staliniana hanno vigenza formale e sono al servizio di rapporti sociali di produzione non pi? capitalistici che esse, tuttavia, condizionano. La forma monetaria dello scambio dipende dall?alleanza con la produzione mercantile (le cooperative di contadini nate dalla vittoria del potere sovietico sui ceti capitalistici delle campagne). I contadini cooperatori non sono proprietari dei mezzi di produzione, che appartengono allo Stato e non hanno in s? valore, ma solo del loro prodotto che, in quanto proprietari, vogliono scambiare con i prodotti del settore statale solo in forma mercantile, contrattuale e monetaria. Non essendo proprietari dei mezzi di produzione, essi, comunque, non potrebbero capitalizzare alcuna quota di plus-lavoro, che si traduce, invece, esclusivamente in incrementi di produttivit?.

La necessit? di tale scambio monetario, teorizzata come transitoria per la sua origine politica, si colloca all?interno dei grandi processi strutturali di socializzazione indotti dalla pianificazione staliniana che ? alla base della collettivizzazione e meccanizzazione agricola (va ricordato, per?, che il principio generale della pianificazione caratterizza fin dall?inizio il potere sovietico, compreso il periodo della N.E.P.). I principali tra questi processi si possono cos? riassumere.

a) Non esiste pi? concorrenza alcuna tra i lavoratori e quindi sparisce del tutto il mercato del lavoro perch? l?allocazione della forza-lavoro viene decisa in sede politica, la forza lavoro non ? una merce, per sua natura comprata e venduta privatamente in presenza di un ?esercito industriale di riserva? di proletari disoccupati o inoccupati, il pieno impiego ? un obbligo costituzionale del governo e ciascun lavoratore pu? licenziarsi e trovare un altro lavoro di pari livello.

b) Dentro la struttura economico-sociale sovietica, ab origine, la riproduzione della forza-lavoro ha solo parzialmente forma salariale perch? si basa largamente su servizi collettivi gratuiti. Inoltre, lo sviluppo socialista della produttivit? non solo consente ma richiede la riduzione del lavoro necessario, non come abbassamento del valore di scambio del consumo individuale ma come socializzazione e trasformazione in valori d?uso collettivi di quest?ultimo e come riduzione della giornata lavorativa (lo dimostr? concretamente la riduzione generale dell?orario giornaliero a 6 ore).

c) Al contrario di quanto accade in ogni forma di capitalismo di Stato, tutti i mezzi di produzione non sono capitale, non hanno in s? alcun valore, non si possono comprare n? vendere n? affittare, ed entrano solo formalmente nel computo del prezzo ed esclusivamente come capitale consumato ( come valore contabile dei mezzi di produzione consumati).

d) I coefficienti di capitale e salario per unit? di prodotto, presenti nel prezzo, non compongono alcun saggio di sfruttamento ma costituiscono l?indice della produttivit? e dei suoi costi diretti. Infatti, se i mezzi di produzione non sono capitale, non hanno valore e la riduzione dei costi genera plus- lavoro ma non plus-valore.

e) Nonostante la forma monetaria dello scambio, nel settore statale non si produce per vendere, perch? le imprese socialiste pi? produttive non stabiliscono, sulla base della riduzione dei costi, dei prezzi inferiori al valore sociale medio dei loro prodotti, come avviene invece per la formazione del plus-valore relativo capitalistico. Ci? significa che il plus-prodotto non si traduce per l?impresa in appropriazione di lavoro non pagato.

f) Il profitto entra nel prezzo solo come ?profitto minimo? uguale per tutti i settori. Si tratta di una grandezza arbitraria, discrezionalmente fissata dal piano come percentuale variabile dei costi. Essa, in quanto arbitraria e discrezionale, sommandosi ai costi di produzione nella determinazione del prezzo, rende questo strutturalmente divergente dal valore, cio? non corrispondente realmente a tempo di lavoro oggettivato, il prezzo, quindi, esprime la formalizzazione contabile del valore. Inoltre tali profitti, al pari delle imposte e delle quote di ammortamento del ?capitale fisso?, confluiscono nel bilancio statale, per ritornare poi alle imprese esclusivamente in forma di dotazioni infruttifere e non rimborsabili: infruttifere perch? non contengono interesse da credito produttivo, non essendo tali fondi capitale e non essendo il Piano statale una mega-banca; non rimborsabili perch? esse sono essenzialmente valori d?uso e l? impresa ne violerebbe la funzione sociale reale se ne restituisse il corrispettivo monetario senza usarle.

g) Gli obiettivi generali del piano, i tassi di crescita annuali della produzione nei diversi settori, sono determinati attraverso i ?bilanci materiali?, cio? mediante calcolo in termini fisici e non di valore delle risorse disponibili e del loro impiego. Solo dopo, nel processo di piano, intervengono i prezzi monetari come controllo finanziario dei flussi reali delle risorse pianificate come valori d?uso. I prezzi, pertanto, svolgono all?interno del piano una funzione limitata e secondaria: come prezzi alla produzione servono, come abbiamo visto, alla gestione finanziaria del piano; come prezzi al minuto servono a regolare la domanda dei consumatori grazie all?aggiunta di imposte indirette.

h) L?assoluta mancanza di valore dei mezzi di produzione impiegati e non consumati (non calcolabili in alcuna forma e misura nel prezzo), cio? la mancanza di valore, anche solo contabile, della parte pi? grande dei mezzi di produzione, impedisce il formarsi, come nel capitalismo, di un profitto medio che si aggiunga ai costi in ragione dell?intero capitale impiegato e quindi il formarsi di un saggio uniforme del profitto come reddito di classe.

i) L?impossibilit? di un saggio uniforme di profitto come espressione dello sfruttamento sociale della classe dei capitalisti sulla classe dei proletari, comporta l?impossibilit? di identificare i gestori decisionali dei mezzi di produzione socialisti (la ?nomenklatura?) come classe capitalistica e, pi? in generale, come classe autonoma. La ?nomenklatura? si pu? definire, piuttosto, come frazione dirigente dell?intellettualit? di massa socialista ed ?, perci?, anche espressione della mobilit? sociale ascendente socialista. I suoi privilegi e vantaggi, affermatisi soprattutto dopo Stalin, possono essere considerati, ma solo in parte, fondati sul criterio di rendimento, cio? sulla partecipazione al prodotto sociale proporzionale al lavoro prestato, criterio non comunista che rappresenta il limite borghese del socialismo.

Nonostante queste trasformazioni socializzatrici, l?alleanza tra classe operaia socialista, intellettualit? socialista e contadini cooperatori (kolchoziani) condiziona l?economia di piano, perch? esige uno scambio monetario dei prodotti che estende all?intero sistema economico il calcolo di valore e costringe: 1) a mantenere una parziale forma salariale alla riproduzione della forza-lavoro; 2) a scambiare i prodotti in termini di lavoro oggettivato, sia pure come misura di una produttivit? non pi? capitalistica.

La scelta politica di una prevalente propriet? collettivo-mercantile nelle campagne ? la scelta storica, antivolontaristica, dopo il terribile scontro sulla collettivizzazione dell?agricoltura, di non spingere la lotta tra egemonia operaia e mondo contadino fino al punto di affermare con il terrore rivoluzionario una totale propriet? statale della terra (propriet? che si afferm? parzialmente nei ?sovchoz?, aziende agricole statali). Come risposta all?azione disgregatrice dei ?kulaki? (strati di borghesia rurale di origine contadina), la collettivizzazione agricola, in quanto propriet? aziendale-cooperativa del prodotto, impone la forma sociale dello scambio di valore e produce una peculiare contraddizione: l?economia di piano oltrepassa l?accumulazione capitalistica limitando e formalizzando la legge del valore ma non eliminandola. Infatti, qui il lavoro non diventa sociale attraverso lo scambio di lavori privati, ma direttamente, perch? l?intera produzione sociale ? pianificata sulla base di mezzi di produzione privi di ogni valore originario e costitutivo. Pertanto, da questo punto di vista, non ci sarebbe bisogno di rappresentare, in nessuna misura, il lavoro come valore dei prodotti al fine di ripartirli; non ci sarebbe bisogno, cio?, del prezzo, della forma di valore, il cui corrispettivo ? il lavoro astratto oggettivato, dati requisiti irrinunciabili dello scambio come reciprocit? ed equivalenza. In particolare, non ci sarebbe bisogno di calcolare, sia pure parzialmente, il lavoro necessario come grandezza di valore, come lavoro astratto oggettivato in prodotti ed equivalente del consumo personale.

Non di meno i prodotti del lavoro pianificato mantengono, per le ragioni viste, forma di merce, anche se qui i prezzi coincidono formalmente con i costi diretti ed indiretti e non contengono alcuna quota di valore eccedente capitalizzabile nell?acquisto di mezzi di produzione e forza-lavoro o corrispondente al reddito di classi sfruttatrici. Sembra qui configurarsi la situazione sociale descritta e criticata da Marx nella Critica del programma di Gotha come limite di ?una societ? comunista, non come si ? sviluppata sulla propria base, ma viceversa, come emerge dalla societ? capitalistica?(Marx op. cit., p.30).

In tale societ?, in primo luogo vengono detratte dal prodotto sociale complessivo le quote destinate a reintegrare i mezzi di produzione, ad estendere e a preservare la produzione, alle spese di amministrazione, ai valori d?uso collettivi per la soddisfazione dei bisogni come scuole, salute, ecc., ai fondi di assistenza, ecc.

Tuttavia queste detrazioni caratterizzano la societ? comunista ad ogni grado di sviluppo e significano che in essa, contrariamente a quanto predicano le ideologie proprietario-collettivistiche d?ogni sorta, il prodotto complessivo non ? mai propriet? dei produttori diretti ma uso della societ?, fruizione politica.

Ci? che invece segna la societ? comunista ?non sviluppata sulla propria base? (Marx) ? il criterio di remunerazione individuale. Qui, infatti, al di l? delle detrazioni per le spese comuni, ognuno riceve beni di consumo corrispondenti alla quantit? di lavoro da lui prestata. Nel testo menzionato cos? Marx commenta: ?La stessa quantit? di lavoro che egli ha dato alla societ? in una forma, la riceve in un?altra. Domina qui evidentemente lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto scambio di cose di valore uguale. Contenuto e forma sono mutati, perch?, cambiate le circostanze, nessuno pu? dare niente all?infuori del suo lavoro, e perch? d?altra parte niente pu? passare in propriet? del singolo all?infuori dei mezzi di consumo individuali. [?.]

Nonostante questo progresso, questo ugual diritto reca ancor sempre un limite borghese. Il diritto dei produttori ? proporzionale alle loro prestazioni di lavoro, l?uguaglianza consiste nel fatto che esso viene misurato con una misura uguale, il lavoro.[?.] Questo diritto uguale ? un diritto disuguale per lavoro disuguale. Esso non riconosce alcuna distinzione di classe, perch? ognuno ? operaio come tutti gli altri, ma riconosce tacitamente la ineguale attitudine individuale, e quindi capacit? di rendimento, come privilegi naturali. Il diritto pu? consistere soltanto, per sua natura, nell?applicazione di una uguale misura; ma gli individui disuguali ( e non sarebbero individui diversi se non fossero disuguali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto vengono sottomessi ad un uguale punto di vista, in quanto vengono considerati soltanto secondo un lato determinato: per esempio, nel caso dato, soltanto come operai, e si vede in loro soltanto questo, prescindendo da ogni altra cosa.[?.]

Ma questi inconvenienti sono inevitabili nella prima fase della societ? comunista, quale ? uscita, dopo i lunghi travagli del parto, dalla societ? capitalistica. Il diritto non pu? essere mai pi? elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della societ?. In una fase pi? elevata della societ? comunista, dopo che ? scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto tra lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non ? divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l?angusto orizzonte giuridico borghese pu? essere superato, e la societ? pu? scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacit?; a ognuno secondo i suoi bisogni!?(Marx, op. cit., p.30-32). Questo testo di Marx, di straordinaria ricchezza concettuale, si propone incontrovertibilmente, in primo luogo, quale diretta fondazione della teoria della trasformazione comunista della societ?, come critica del diritto e dello Stato, contro tutte le assunzioni idealistiche, e pseudo-marxiste, della politica come etica statuale del lavoro, ovvero del lavoro come hegeliana metafora dello Spirito. In alcun modo tale teoria marxiana propone anarchistiche armonie sociali, naturalistiche e, insieme, iperdialettiche. Essa propone, piuttosto, una ricerca ed una lotta attorno ad una possibilit? storicamente determinata: quella di una regolazione sociale limitata alle istruzioni d?uso comune dell?intelligenza sociale. Si tratta di una dimensione politica che non presuppone pi? la societ? civile, ovvero l?individuo sociale come soggetto privato, identit? limitatrice che contrasta e contratta con le altre, attraverso specifiche mediazioni giuridico-statuali, il suo spazio sociale sulla base del tempo di lavoro di cui pu? appropriarsi. ?, del resto, una pura amenit? l?idea di uno Stato rappresentativo senza societ? civile e soggetti giuridici, cio? l?idea di un diritto pubblico senza diritto privato. Tale pretesa ? l?opposto complementare di ogni utopia anarco-capitalistica, ultra-liberale, di una societ? civile senza Stato, cio? ridotta a mercato. Tuttavia queste pagine di Marx devono ora servirci ad una caratterizzazione essenziale della struttura economico-sociale dell?U.R.S.S. incardinata da alcune scelte fondamentali del bolscevismo staliniano che personalmente considero storicamente giuste, cio? necessarie e possibili (edificazione socialista dell?U.R.S.S. nel quadro della crisi mondiale del capitalismo e della lotta di classe internazionale, passaggio alla pianificazione socialista e collettivizzazione dell?agricoltura).

Nel Programma di Gotha della socialdemocrazia tedesca (1875), il socialismo era prospettato come Stato che realizza il diritto del lavoro al suo valore integrale e, in quanto realizza ci?, ? Stato libero. Nella sua critica Marx non si limita a dimostrare l?assurdit? e l?ineffettualit? di tali credenze, ma tratteggia, come abbiamo visto, gli importanti limiti che il comunismo nella sua prima fase, dopo il periodo politico della Transizione in senso stretto, manifesta inevitabilmente, a suo giudizio. Tali limiti si possono riassumere nel fatto che la ripartizione individuale del prodotto mantiene la legge del valore, sia pure ristretta al rapporto tra mezzi di consumo e lavoro necessario. Ci? accade perch? l?assioma distributivo socialista ?A ciascuno secondo le sue capacit?? implica il principio mercantile di equivalenza: tanto lavoro = tanto prodotto. Ci? presuppone che ognuno sia considerato un soggetto giuridico astrattamente uguale ad ogni altro, di modo che le naturali differenze tra gli individui si convertono in privilegi o svantaggi sotto il vessillo borghese dell?eguaglianza giuridica. Qui sta il paradosso del socialismo, prima fase del comunismo: la riproduzione individuale ha, di fatto, ancora natura salariale anche se la forza-lavoro non ? pi? una merce.

L?aspetto della critica marxiana che, ai fini di questa nostra riflessione, dobbiamo mettere in rilievo ? dato, allora, dal fatto che il lavoro come misura eguale di partecipazione proporzionale alla ricchezza sociale esige che gli individui siano considerati, unilateralmente, soltanto come soggetti di lavoro e che quindi la prassi dell?individuo sociale sia ridotta al lavoro (dissociazione non certo sanabile dall?accesso di massa al cosiddetto ?consumo culturale?). Nelle condizioni storiche dell?economia pianificata sovietica il socialismo ? quindi, sostanzialmente, una societ? del lavoro ovvero una societ? in cui il lavoro si ? emancipato dal capitale ma non da se stesso. Una societ? comunista siffatta vive un?interna contraddizione perch? il comunismo non pu? essere una comunit? del lavoro. Esso ?, infatti, concepibile solo come processo storico di liberazione del lavoro da se stesso, cio? come processo di conversione pratico-critica dell?attivit? umana oltre i limiti della razionalit? conforme allo scopo. Principio, questo, che non pretende di sopprimere il ?regno della necessit?? (il lavoro), ma non accetta di interiorizzarlo culturalmente e politicamente in forma totalizzante. Nell?economia di piano socialista la legge del valore si applica solo formalmente alla forza-lavoro perch? questa non ? sfruttata, dato che il lavoro vivo non ? capitalizzabile (ad onta di tutti gli inconcludenti tentativi di categorizzare gli apparati sovietici di direzione politico-economica come classe e come classe sfruttatrice). Allo stesso modo, il calcolo monetario dei mezzi di produzione consumati all?interno dei prezzi non ? una reale misura di valore ma solo un indice quantitativo di produttivit? in rapporto al lavoro impiegato, perch?, se i mezzi di produzione complessivi pianificati non hanno valore, non ? possibile detrarre da essi alcuna reale frazione di valore.

Stalin aveva dunque ragione di affermare che la legge del valore non aveva, per l?U.R.S.S. pianificata, funzione sociale regolatrice ma che era tuttavia in grado di condizionarne i rapporti sociali di produzione. Tale condizionamento, nato dallo storico compromesso con le masse contadine per mezzo della propriet? agricola collettiva, sembra aver prodotto quella figura paradossale della ?prima fase della societ? comunista? da Marx ritenuta inevitabile. Alla sostanziale destrutturazione della legge del valore ad opera della pianificazione socialista (dei suoi grandi rivolgimenti strutturali e politici di classe), alla sua applicazione formale e sussidiaria, corrisponde la massima dilatazione materiale e ideologica del lavoro nella riproduzione sociale. La struttura economico-sociale dell?U.R.S.S. ? stata l?espressione piena della contraddizione prodotta dal socialismo in quanto economia di ripartizione integrale che surroga la forma-scambio. ? innegabile, per?, che il primato della pianificazione assicurava alla formazione economico-sociale sovietica una potenzialit? strutturale che avrebbe potuto generare, nel contesto della rivoluzione mondiale, svolgimenti ulteriori oltre i limiti del comunismo come Stato socialista del lavoro.

Dentro questa contraddizione fondamentale del socialismo, e dentro la forma specifica che essa assunse nell?U.R.S.S., vanno pensati, a mio giudizio, il rapporto tra democrazia e socialismo e il problema della libert? nella societ? comunista ?come emerge dalla societ? capitalistica; che porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, sociale, spirituale, le ?macchie? della vecchia societ? dal cui seno essa ? uscita? (Marx, op. cit., p.30).

Fine della prima parte