| Le lotte della Sardegna per una scuola democratica. |
|
|
|
| Scritto da Simone Pisano |
| Mercoledì 07 Ottobre 2009 11:13 |
|
Le lotte della Sardegna per una scuola democratica. (Liberazione 23/09/2009)
2448 Incarichi non rinnovati: questo è il numero che nasconde l’ultimo atto per la destrutturazione della scuola pubblica sarda. Una scuola che negli ultimi vent’anni in tutta Italia è diventata la cenerentola della politica degli investimenti, l’officina in cui sperimentare nuovi trattamenti contrattuali, fino a diventare il paradigma di quello che definiamo precariato storico. La scuola è così oggi l’esempio più chiarificante delle conseguenze della politica concertativa, della demolizione dei diritti acquisiti negli anni sessanta e messi in discussione negli anni ottanta. Da questo licenziamento di massa, unico nella storia della Repubblica Italiana, si vuole uscire proponendo un ulteriore compromesso alla scuola e ai suoi lavoratori, la ministra Gelmini propone a tutte le regioni degli accordi bilaterali che prevedono i cosiddetti “contratti di disponibilità”. Questi contratti sono destinati al personale che nell’anno scolastico precedente ha ricoperto un incarico annuale o fino al 30 giugno e dovrebbero da un lato integrare la disoccupazione, dall’altra creare una graduatoria speciale che annullerebbe quelle d’istituto e quelle permanenti. In questo modo coloro che accettano di firmare tale disponibilità saranno i primi ad essere chiamati in caso di supplenze brevi. Questo palliativo ha due conseguenze importanti. La prima mettere il lavoratore in condizione di ricatto, infatti una volta firmato il contratto la disponibilità dovrà essere totale. Dove per totale si intende l’accettare poche ore in un paese lontano, seguire un progetto non attinente alle proprie materie, svolgere l’attività di educatore senza la qualifica adatta, il tutto in qualunque momento della propria vita. Tradotto si introduce nella scuola un trattamento tipico del lavoro interinale, qualcosa di molto simile al job on call. Tale trattamento, comunque inaccettabile, in questo caso specifico è inserito in un contesto in cui i lavoratori hanno spesso più di quarant’anni e una famiglia da gestire. La seconda conseguenza è mettere in discussione la legittimità delle graduatorie permanenti che fino ad ora sono l’unico modo trasparente per gestire il reclutamento dei lavoratori della scuola. In Sardegna tale crisi lavorativa assume contorni ancora più foschi perché accompagnata ad un più generale tracollo dell’occupazione industriale e per la totale assenza di qualunque resistenza da parte del governo isolano. L’assessore regionale alla cultura Lucia Baire è stata la prima a firmare l’accordo con il ministero e l’unica ad offrire allo stato italiano 20 milioni di euro, in un accordo che non prevede da parte di Roma nessuno sforzo finanziario. In una Regione che si dichiara Autonoma, che potrebbe attraverso misure semplici, come la formazione di classi meno numerose e la salvezza di plessi scolastici rurali, recuperare centinaia di posti di lavoro si preferisce chinare la testa. Non così i lavoratori e le lavoratrici sarde che da Cagliari a Sassari da più di due settimane portano avanti diverse iniziative di lotta, dall’occupazione dell’USP di Cagliari ai diversi sit-in in tutto il territorio regionale. Un movimento che si sta estendendo e fortificando e che accanto alla rivendicazione sindacale sfida la Regione e lo Stato sulla necessità politica di preservare e investire sulla scuola pubblica e sulla qualità del suo servizio. Il silenzio assordante, da più parti, su questa vertenza la dice lunga sugli interessi forti che ruotano intorno alla scuola e al suo futuro che da pubblico si farà sempre più privato. Licenziare questi lavoratori, spingere i giovani insegnanti a cercare altrove il proprio lavoro è uno dei modi più riusciti che questo governo sta attuando per dare l’ultima spallata a qualunque resistenza. Per questo la presenza dei compagni e delle compagne nei comitati di precari che stanno sorgendo in tutta Italia è fondamentale perché fa fare al movimento un salto di qualità nelle rivendicazioni, mostrando come da questo licenziamento passa la fine della nostra più importante conquista: la scuola democratica.
Laura Stochino (Comitato Politico Regionale Sardegna) |


